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Così le autorità italiane hanno aiutato quelle Usa a incastrarmi da innocente

Di Dimitri Buffa su ilPunto.it

Così le autorità italiane hanno aiutato quelle Usa a incastrarmi da innocente

Carlo Parlanti è un ingegnere italiano che lavorava negli Stati Uniti alla fine degli anni ‘90 e che viveva in California. Ha avuto una breve storia d’amore con una cittadina americana e quando i due si sono lasciati lei lo ha denunciato per stupro e lesioni, per pura ripicca. Parlanti ha continuato a viaggiare in tutto il mondo, inconsapevole di ciò, ma nel 2004 è stato fermato all’aeroporto di Düsseldorf in transito e da qui è iniziata la sua odissea giudiziaria.

Lei ha denunciato un alto esponente delle forze dell’ordine italiane per la gestione del suo caso durante le pratiche per l’estradizione in America. Ci spiega perché?

«Nel corso di analisi difensive condotte dal mio avvocato Luciano Faraon, presidente dell’Associazione Internazionale Vittime degli Errori Giudiziari, dopo il mio rientro in Italia abbiamo reperito nella documentazione della Procura di Ventura carteggi comprovanti la richiesta da parte di un ispettore Capo della Squadra Mobile alla Procura di Milano di documentazione sui miei conti in vece e per conto dell’Ambasciata Usa. Vista l’impossibilità della Procura di rilasciare documenti secretati, l’ispettore ha poi trovato altri “canali” per ottenere comunque la documentazione e consegnarla all’Fbi. Contravvenendo così tutte le convenzioni diplomatiche esistenti che avrebbero richiesto la compilazione da parte del Dipartimento di Stato Usa di una rogatoria internazionale indirizzata al nostro ministero degli Esteri e che avrebbe rispettato il segreto d’ufficio».

Anche un diplomatico americano si sarebbe prestato a costruire queste false accuse, secondo la sua denuncia. Come è possibile?

«Nella stessa documentazione si legge che per la Germania gli Stati Uniti non avevano fornito evidenze valide per il mio fermo (rendendo probabile il mio rilascio). Gli Stati Uniti avevano in loro possesso altre “evidenze” ma si trattava di fotografie dell’accusatrice senza lividi o segni di violenza, foto di un appartamento senza alcuna traccia di lotta e dichiarazioni testimoniali farneticanti nelle loro contraddizioni. E’ a questo punto che hanno deciso di cercare scheletri nei miei armadi trovandosi però di fronte alla mia condizione di incensurato con casellari giudiziari e di polizia completamente vuoti. Hanno allora fatto trafugare dalla Procura di Milano documentazione secretata relativa ad un’accusa archiviata venti anni prima e ne hanno falsificato il contenuto dipingendomi come un pregiudicato violento. "During the investigation by the Italian police, it was discovered that mr. Parlanti had assaulted an Italian girlfriend in the similar manner as Ms. White". è questo che lo Sceriffo e il Procuratore di Ventura dichiarano in una mozione alla Corte Superiore per impedirmi il rilascio su cauzione e per continuare a torturarmi nel tentativo di costringermi ad un patteggiamento».

Ci spiega come iniziò il suo calvario e perché si è fatto quasi nove anni da innocente in un carcere statunitense?

«Dopo una breve esperienza lavorativa di 5 anni negli Stati Uniti sono rientrato in Europa nel 2002 per aprire una società. Negli ultimi mesi in Usa avevo aiutato una conoscente che era stata licenziata; visse nel mio appartamento (quasi sempre libero visti i miei spostamenti internazionali) e avemmo qualche relazione. 3 settimane dopo il mio rientro in Italia la donna mi denunciò alle autorità per sequestro, violenza domestica e stupro. Le autorità statunitensi mi offrirono per ben 3 volte di confessare almeno lo stupro (l’unica delle 3 accuse che giustificasse la detenzione già scontata e l’estradizione) e di rientrare in Italia dopo “soli” 18 mesi di carcerazione ma il mio rifiuto di confessare fatti non solo non avvenuti ma addirittura impossibili mi è costato questa condanna all’inferno».

Che aiuto ha avuto dalle autorità diplomatiche e consolari italiane nel proseguimento della vicenda?

«Purtroppo solo aiuti di tipo strettamente “formale”, qualche visita consolare e poche centinaia di dollari per generi di conforto. Nessuno nel mio caso ha pagato cauzioni da milioni di euro o fatto pressioni politiche pretendendo la spiegazione delle innumerevoli falsificazioni documentali commesse durante la mia persecuzione (fedina penale falsificata, certificati medici falsi e in contrasto con i rilievi della polizia, etc.). Sarebbe stato estremamente facile con tutti i crimini commessi al contorno della mia vicenda mettere in imbarazzo il Dipartimento di Stato Usa e costringerli a risolvere la mia vicenda secondo giustizia ma forse l’interesse primario in quel momento è stato di proteggere proprio gli autori di quei crimini invece di un cittadino italiano innocente».

In Italia per i detenuti all’estero nessuno fa niente. Chi cade in queste vicende è veramente un prigioniero del silenzio?

«Non sempre: esistono eccezioni in cui si arriva a pagare cauzioni/riscatti milionari e a riempire Tg e tabloid. Solo gli altri 3101 sono Prigionieri del Silenzio. E’ un completo silenzio mediatico fatto di giornalisti che non hanno il coraggio di attaccare e pretendere spiegazioni dalle istituzioni delle prove certe in loro possesso di innocenza, falsificazioni, maltrattamenti. E’ un completo silenzio delle istituzioni italiane che troppo spesso antepongono il quieto vivere della loro rappresentanza diplomatica all’estero alla lotta per la difesa dei diritti giudiziari e umani dei loro connazionali. E’ un silenzio rotto solamente dai familiari che vivono sulla loro pelle ogni giorno questi inferni kafkiani... e da pochi volontari ispirati da ideali di giustizia e umanità che ovviamente non appartengono al resto dell’Italia ignava».

Vi aspettate che con il ministro Emma Bonino, campionessa dei diritti umani in mezzo mondo, qualcosa possa cambiare?

«Sarebbe auspicabile. Al momento della presentazione della mia denuncia contro un ispettore Capo della Mobile di Milano e un Agente Fbi dell’Ambasciata Usa di Roma per abuso di potere (323 c.p.), violazione del segreto d’ufficio (326 c.p.), rivelazione del contenuto di documenti segreti (621 c.p.), lesioni personali aggravate (582-583 c.p.) e soprattutto per calunnia (368 c.p.) mi sarei aspettato qualche azione da parte del MAE (magari in accordo col ministero di Grazia e Giustizia) visto che mentre loro facevano il minimo sindacale per evitare la mia estradizione, il ministero degli Interni in combutta con l’Fbi facevano carte false (letteralmente falsificando la mia fedina penale) per incastrarmi. Invece la precedente amministrazione decise semplicemente di attendere gli esiti giudiziari lasciando a me, unica vittima di questo ignobile complotto, tutto il peso di cercare di ottenere giustizia. Penso si possa fare di più...».

Pensa che la burocrazia MAE possa ostacolare anche eventuali velleità di cambiamento da parte del ministro neo insediato?

«C’è un forte problema di territorialità e un intero apparato burocratico che ha troppo spesso abbandonato i propri concittadini. Il Console che ha assistito al mio processo rimarcando la mia innocenza e i continui spergiuri della mia accusatrice (ma solo con la mia famiglia, non certo in rapporti ufficiali per la Farnesina) è adesso di posta in un Paese dell’Est europeo. Pensate che abbia qualche interesse a vedere il mio incubo finire?».

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